A fattu i quattu e maggio.
Chi è riuscito in una storica impresa, e se ne gode.
Ricette a veccia è maggiu e ancora friddu aggiu.
La “vecchia” nel mese di maggio alle prime giornate di sole aveva ancora freddo.
L'ove ca' nùn s’è rompono a Pasca nùn s’è rompono cchiù.
Le uova vanno rotte a Pasqua, altrimenti non si rompono più.
Natale c’ù sole , pasqua c’ù tizzone.
Natale con il sole, Pasqua con cattivo tempo.
A' pigna cà nùn se magna a Pascùa nùn se magna cc’hiù.
La “Pigna” è un antico dolce Pasquale, che veniva consumato solo in quella occasione.
A chiovere e murì nùn ce vò niente.
La pioggia come la morte è imprevedibile può improvvisamente sopravvenire.
Sé chiove ai quattu brillanti chiove pè tuttu ju mese.
Se piove il quattro di aprile piove per tutto il mese.
- Innaru scassa pagliaru.
- Si febbraio nu febbrareia, marzu male cià penza.
- Quannu sienti tanta cirase curri cu panaru. piccirigilu.
- Chi te Vò bene te fa ciagne e chì te vò male te fa rire.
- E' megliu nà vota arrussì che cientu vote aggiallanì.
- G1'uossu viecciu acconcia a menestra.
- G1'ome cu trainu e a femmena cu mantusinu nun s'abbenci.
- Quannu u riavulu t 'accarezza vò l'anima.
- Attacca iu ciucciu addò rice iu patrone.
- E gioverì muzzigliu ogni mamma ammozza iu figliu.
- Pocu, puzzu e fracitu.
- Anima a Diu e a robba a chì tocca.
- Anima schetta na paura e tronelle.
- Lu cane mozzeca sempe iu stracciatu.
- Lu figliu mutu iu capisce a mamma.
- Vruocculi figli e foglie.
- Tanti agli a cantà nun se fà mai iuornu.
- Dio ì crea e u riavulu gl'accoccia (unisce).
- Fà bene e scorda fà male e penza.
- Chiù a spesa che a 'mbesa.
- Chi prima arriva ammacena.
- U biancu e u russu vé ra u mussu.
LE STORIE
LE FONTANE I POZZI E LE SORGENTI
La “sorella” acqua da sempre rappresenta un bene primario e insostituibile per l’uomo. Un tempo nel nostro paese come in altri che presentano la stessa struttura medievale arroccata su di un colle, vi erano, in certe zone centrali o lungo le strade più importanti, delle fonti di approvvigionamento di acqua come sorgenti, pozzi o cisterne dove ogni giorno le famiglie attingevano acqua per uso domestico. Le fonti più importanti, nella zona bassa e nella piana, alcune di esse ancora esistenti, erano :
Il pozzo di S. Lorenzo, sito nell'omonimo quartiere, recentemente restaurato, con la ricostruzione di una Cappella votiva, a cura di un'Associazione onlus " Pozzo di S.Lorenzo" . Il pozzo Campanile che si trova ancora sulla strada di fronte al cimitero, il pozzo di Vincenzo Riccio detto il “ Pratellese” in via s. Antonio Abate, il pozzo alla “Taverna”, il pozzo “Monaco” in via Annunziata, il pozzo di Pietro “Mustaccio” in via Rivozzo, il pozzo della masseria Cerbo in via Campo di Santo.
Le sorgenti che rappresentavano anch’esse fonti di approvvigionamento per la popolazione stavano in zone più lontane dal paese e nelle campagne.
Quelle più importanti per quanto riguarda la quantità di acqua e quelle che duravano di più durante il periodo estivo ed anche per un fatto di praticità e di facile raggiungimento per gli abitanti di Pietravairano, considerato che con l’asino con in groppa di “VARRILI” ( piccoli contenitori di legno ancorati alla sella), erano quella che stavano nella zona a monte del paese, nella piana di Tramonte, o in quella che affaccia sulle “terre di Vairano”.
Quelle più importanti che ancora oggi troviamo presenti nella memoria popolare erano :
La fontana “RIAMMELLA” , in zona Tramonte "all’AIA CANONICA", le sorgenti di “ LE PESCHIERE DI S.GIORGIO", quelle di “CISARELLE”, le sorgenti di “CECAUCIEGLIU” presso il “SASSONE” di S. Paolo. Un’altra fonte si trovava presso la zona di S.Pietro, molto distante dal paese, soprannominata la fontana “ A REGINA A CAVAGLIU MANCONE”.
“ A REGINA A CAVAGLIU MANCONE”.
La fonte più importante in assoluto ,perché la più usata, dove ancora oggi si và a prendere l’acqua è una fonte-sorgente presente vicino al Santuario Madonna della Vigna a Pietravairano, un luogo denso di significati simbolici e religiosi che affondano le radici in tempi passati, dove si sono uniti la venerazione alla Madonna della Vigna, all’opera certosina e secolare dei Frati Francescani presenti fino a qualche decennio fa nel Convento annesso alla Chiesa, opera svolta a beneficio della cittadinanza in un rapporto di simbiosi, tanto che nella cultura popolare la presenza dei Frati Francescani del Convento ha un ruolo predominante.
Anche la fonte di acqua , sia perché posizionata nella immediate vicinanze del Borgo Antico, sia perché gli si attribuivano particolari qualità, anche terapeutiche, e stata durante i secoli la più usata dai cittadini di Pietravairano. Tutti i Pietravairanesi, dai secoli passati ai giorni nostri, sono andati almeno una volta a prendere l’acqua al Convento, partecipando a quello, che un tempo rappresentava un “rito” collettivo, che si svolgeva ogni giorno , secondo regole ed usanze ben precise. L’acqua e stata sin dai tempi antichi , sempre attinta dalla cisterna-sorgente con il secchio legato alla catena e la carrucola, solo verso gli inizi degli anni 60° il pozzo e stato dotato di una pompa idraulica a ruota, da allora si è incominciato ad indicare la fonte del convento con la dicitura (della pompa). Nella memoria popolare , ed in quella dei nostri genitori e dei nonni , è ben presente e vivo il ricordo di quel “rito” collettivo che si ripeteva ogni giorno e più volte al giorno, a cui partecipavano tutti gli abitanti dei quartieri di Pietravairano, quelli di S. Giuseppe, come quelli di S. Caterina, come quelli da sotto il “Trivio” la Portanuova o della Grotta, tutti andavano al Convento muniti di recipienti, per prendere l’acqua, anche due volte al giorno secondo le esigenze della famiglia.
La mattina presto, alle cinque, e nel primo pomeriggio, uno o più componenti di ogni famiglia, in genere i più giovani perché gli altri erano impegnati nel lavoro dei campi nelle campagne ,andavano a prendere l’acqua al Convento, è facile immaginare considerato la densità di popolazione e l’elevato numero di famiglie che abitavano a quell’epoca nel paese alto, quante persone contemporaneamente si ritrovavano lungo le stradine del paese, o al Convento per prendere l’acqua munito di recipienti di ogni tipo, che venivano portati in mano o irti sulla testa. Questi recipienti che avevano una capienza che andava dai 4 litri dei più piccoli fino ai 10-15 litri dei più grandi erano di terracotta smaltata o di legno, avevano delle forme arrotondate, ed erano dotati di grandi manici, per essere facilmente portati a braccio o in testa, venivano chiamati, “Lancelle, Lancilloni, Varrili, e Varreccia “.
La mattina ben presto, tutti si incamminavano lungo le stradine ed i vichi del paese di Pietravairano, accompagnandosi lungo il tragitto con altri, e tutti insieme a gruppi arrivavano nei pressi del convento dove bisognava attingere l’acqua dal pozzo-sorgente, i più anziani ancora oggi viventi narrano di un numero a volte anche di 50 persone che si ritrovavano in certi momenti al Convento tutti insieme a prendere l’acqua. Secondo questi testimoni, una volta arrivati sul luogo bisognava attendere la fila, in quanto era possibile attingere acqua solo uno alla volta. Ecco allora che tutti ordinatamente, depositavano allineandoli uno dietro l’altro i recipienti fino a raggiungere una fila lunghissima, anche di centinaia di “lancelle, lancillotti, verreccia a varrili”.
Mentre si attendeva il proprio turno ecco che le ragazze si raggruppavano e conversavano tra di loro, mentre i ragazzi impegnavano il loro tempo di attesa facendo i più svariati giochi, il gioco più popolare di allora era il gioco della “breccia”, esso consisteva nell’accostare lanciandole sotto al muro, le pietre di fiume di forma arrotondata e piatta, di 5-10 cm che ogni ragazzo portava con sé in tasca. Il tempo di attesa era abbastanza lungo a volte si protraeva anche per qualche ora, prima che
arrivasse il proprio turno, per girare la ruota e riempire il proprio recipiente, sicché, tutto questo tempo veniva speso per giocare conversare, ma anche per approcciare rapporti di tipo sentimentale.
E certo ,che per intere generazioni, moltissimi “amori” sono sbocciati e molti fiori d’arancio sono fioriti sul convento nel momento in cui si andava a prendere l’acqua, o lungo il tragitto, per le stradina e i vichi e i “suppuortici” presenti nel centro storico. Di conseguenza molte “lancelle” portate sul capo si sono rotte, cadendo, quando l’emozione di un amore che stava per sbocciare, metteva in crisi il necessario equilibrio per portarle irte sulla testa. Insomma non c’è mamma , zia ,o nonna che non abbia “subito” il cosidetto “MBUOSTU” , era cosi chiamato il primo approccio amoroso, la classica dichiarazione amoroso, che i ragazzi uscendo dai vicoli all’improvviso, facevano alle loro “vittime” predestinate, che spesso erano consenzienti e aspettavano con ansia quel momento.
Ringrazio il Sig. Mario Robbio per le informazioni fornitemi.
Canti popolari
di Antonio Robbio
Un canto popolare non. nasce mai per caso,a determinare la sua formazione contribuiscono svariati elementi che,è bene osservare sono unici e irripetibili: il momento storico, il luogo, l'ambiente, il dialetto, gli usi, i costumi, le tradizioni e così via.
La nascita è molto spesso legata all'anonimato, l'autore infatti non è sconosciuto non perché non è mai esistito,bensì perché non ha agito in qualità di singolo individuo ma come rappresentante di una comunità. Pppure1là dove esiste il primo cantore, la sua opera è stata accettata, ampliata, rivista, ritoccata da altri.
Anche a Pietravairano vi sono dei canti popolari , tra i quali ricordiamo:
Frasca re ciuri belli ci sei nata,
e frasca re ciuri belli ci crisciti,
vurria sapé d'invernu che magnate,
come accussì bella ve mantenite,
re zuccuru e de mele ve cibate,
l'acqua re stu cielu ve bevite,
cu nà scalella allu cielu arrivate,
cu gli angeli parlate e pò scinnete.
A chistu locu n'ho cantato mai,
care figliole ci cantu per voi,
arrevendasseno oro gli tuoi travi,
oro e d'argentu le tue belle mura,
chì ci sta rentu nun murisse mai,
e i viecci arrevendassenu figliuoli.
Oltre i canti popolari vi sono le filastrocche, le quali nella loro apparente semplicità delineano un panorama familiare e casalingo, dentro il quale fa da protagonista il sottile gioco delle parole. Ma le parole stesse sembrano poste una dopo l'altra da un abile regista.
E quandu n'aggiu viste stammatina,
sulaninnella mia non visto ancora,
la fussivista tu compagno mio,
me ne putissi rà nà bona nova,
laggiu vista alla chiesa trasine,
ci steva ginucchiata agliautale maggiore,
doie parole l'ho sentita dire,
Diu famme piglià chi tengu'ngore,
chi tengu 'ngore e chi tengu alla mende,
Diu famme piglià lu primmu ammore.
Zi 'monaco 'ndurri 'ndurri
ramme nà botta a stu tammurro,
stu tammurru è scuscinatu
e zi monaco è tuttu cacato.
Carcioffela mia novella
io t'amavo quando eri zitella,
mò che é missu iu pilu
statte bona carcioffela mia.
Fratemu iette a castiegliu,
iette a recoglie gl'auciegliu,
gl'auciegliu facette cù cù
iescetennie massaru si tù.
Le NINNE NANNE: rappresentano insieme a certi canti rituali e a certe filastrocche,un elemento molto importante per il folclore, proprio perché sono le forme più antiche della tradizione popolare.
Nonna nonna nonnarella,
ù gliupu s'ha mangiatu a pecurella,
ù gliupu s'ha mangiatu a pecurella,
Santu Nicola iu manna manna,
manngli nù maritu senza mamma,
si pé casu a mamma tnesse,
oggi spusasse e rimani murisse.
Gli Indovinelli
- Mammeta iu gricca e patutu iu scricca. ( IL LETTO )
- A tengu sotta e pocu me ne fottu, a cacciu 'ncoppa è come a na pirocca. (la cipolla )
- Tengu n'a canestrella enda e belle cuselle, a sera c'è mettu a matina nun c'è trovu. (le stelle)
- Iu iuornu cinu e a notte vacante. (la scarpa ).
I Proverbi
- Innaru scassa pagliaru.
- Si febbraio nu febbrareia, marzu male cià penza.
- Quannu sienti tanta cirase curri cu panaru. piccirigilu.
- Chi te Vò bene te fa ciagne e chì te vò male te fa rire.
- E' megliu nà vota arrussì che cientu vote aggiallanì.
- G1'uossu viecciu acconcia a menestra.
- G1'ome cu trainu e a femmena cu mantusinu nun s'abbenci.
- Quannu u riavulu t 'accarezza vò l'anima.
- Attacca iu ciucciu addò rice iu patrone.
- E gioverì muzzigliu ogni mamma ammozza iu figliu.
- Pocu, puzzu e fracitu.
- Anima a Diu e a robba a chì tocca.
- Anima schetta na paura e tronele.
- Lu cane mozzeca sempe iu stracciatu.
- Lu figliu mutu iu capisce a mamma.
- Vruocculi figli e foglie.
- Tanti agli a cantà nun se fà mai iuornu.
- Dio ì crea e u riavulu gl'accoccia (unisce).
- Fà bene e scorda fà male e penza.
- Chiù a spesa che a 'mbesa.
- Chi prima arriva ammacena.
- U biancu e u russu vé ra u mussu.